L’aquilotto d’argento di Bruno Berta

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Bruno Berta era nato a San Maurizio Canavese il 2 giugno 1925.

Da poco tempo, per motivi di lavoro, la famiglia si era trasferita a Caselle, dove, ogni tanto, i nazifascisti facevano razzie di giovani da inviare al lavoro in Germania. Fu la madre Lucia, seppur addolorata, a consigliargli di fuggire. Partì la sera del 9 maggio 1944 assieme ad altri due compagni verso la Valle di Viù, dove si unì alla 19a Brigata Garibaldi comandata da Rolandino.

Dopo circa due mesi Bruno fece avere sue notizie: si trovava molto bene e gli era stato affidato l’incarico di magazziniere.

Anche lui dovette rifugiarsi in Francia sotto l’incalzare dei rastrellamenti tedeschi. Tornò successivamente al suo comando di Viù, dove si distinse per capacità e correttezza guadagnandosi il grado di comandante di distaccamento.

Purtroppo il 27 ottobre, probabilmente alle porte di Viù, mentre si recava, su ordine dei superiori, in un luogo dove sarebbero avvenuti dei lanci degli alleati, fu sorpreso da due tedeschi in borghese, che gli trovarono documenti compromettenti, mentre i suoi personali li aveva lasciati al magazzino partigiano.

Così il diciannovenne fu fatto salire su un camion con altri ragazzi che erano stati presi come ostaggi e portato alle prigioni di Lanzo.

Per rappresaglia, in seguito al ferimento di un tedesco, nel pomeriggio del 13 novembre 1944, insieme ad altri due giovani partigiani, Carlo Di Gennaro e Celeste De Filippi, fu portato a Nole, luogo della sparatoria.

Alla stazione li fecero scendere e li spinsero, bendati gli occhi, sui binari.

Da un secondo automezzo, fermo sulla strada, una mitragliatrice sparò e li uccise. Bruno, che non portava documenti e aveva il volto devastato dalle pallottole, fu riconosciuto soltanto parecchi giorni dopo, quando in una calza fu ritrovato “l’aquilotto” d'argento che gli aveva regalato mamma Lucia.

La sua tragedia, condivisa con Carlo e Celeste, è ora immortalata nel murale “resistente” inaugurato sabato 8 novembre 2014 presso la stazione di Nole.

Franco Brunetta

Aldo Devietti Goggia

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Aldo Devietti Goggia aveva vent'anni e faceva il partigiano sui monti di Corio. Mentre cercava di tornare a casa a Malanghero, frazione di San Maurizio, dopo lo svallamento in Francia a seguito dell'imponente rastrellamento nazifascista, fu catturato perché un portone chiuso di una cascina gli impedì la fuga e la salvezza tra i campi. Si dice sia stato trascinato dai fascisti legato a un loro automezzo fino a Grosso e fucilato. Era il 21 settembre 1944.

Sul luogo della fucilazione c'è un cippo, proprio sulla provinciale 2 al bivio per Corio, sempre ben curato e guarnito di fiori da parenti e vicini.

Venne eretto alla fine degli anni '80, in sostituzione dell'originario, logorato dal tempo e da uomini disattenti, a cura del Comune e dell'Anpi di Grosso per ricordare la sua triste.

Nel dopoguerra, alla sua memoria, i compagni gli fecero intitolare la via principale di Malanghero.

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(f.b.)     

I martiri dell'11 FEBBRAIO 1944

I MARTIRI DELL’11 FEBBRAIO 1944

 

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L’11 febbraio del 1944 San Maurizio Canavese visse uno dei giorni più drammatici del periodo della lotta di Liberazione.

I fascisti repubblicani giunsero da Torino in gran numero, al comando, addirittura, del federale Giuseppe Solaro, intenzionati a compiere una rappresaglia in seguito a un attentato partigiano ai danni di due esponenti del risorto partito fascista, fortemente sospettati di delazione.

Dopo aver circondato il paese, sistemato mitragliatrici e posti di blocco, iniziarono il rastrellamento, secondo precise indicazioni, segno che qualcuno li aveva informati bene, e arrestarono diversi uomini con l’accusa di favoreggiamento verso i partigiani.

Alcuni, come il prof. Carlo Angela, noto per la sua lontana militanza antifascista e l’infermiere Sante Simionato, furono fortunatamente rimessi in libertà, mentre gli altri prigionieri vennero portati presso il municipio, interrogati, minacciati di morte e picchiati.

 

Nel frattempo i fascisti di Solaro fecero uscire sia gli operai dalle fabbriche, sia la gente dalle case e, sotto la minaccia delle armi, li costrinsero a partecipare al funerale della segretaria del fascio femminile, uccisa due giorni prima nell’attentato.

Verso le 12,30 il corteo funebre transitò davanti al Municipio e tutti videro, con terrore, i condannati in attesa della fucilazione.

Poco dopo, mentre il feretro dell’uccisa proseguiva per il cimitero, una scarica uccise Guido Berta, gestore del Caffè della Stazione, Carlo Savarro, il segretario comunale e Giovanni Zoldan, il postino del paese. I “repubblichini”, fieri di aver ammazzato come cani “tre traditori della Patria”, abbandonarono il paese sgomento cantando “Giovinezza”.

Fu un crimine terribile, perpetrato contro tre persone estranee ai fatti e, dunque, innocenti.

Netta Corio e Don Osella caricarono uno alla volta i corpi delle vittime sulla “galiota” – il carretto ora esposto presso "Le PERSON dij PARTIGIAN" - e li portarono alla Chiesa Vecchia del cimitero.

I nomi dei tre “Martiri della Libertà” sono scolpiti su una lapide posta nella piazza del Municipio a loro dedicata.

(fb)