Associazione Nazionale Partigiani d'Italia Sezione San Maurizio Canavese - "Giuseppe Ferrero"

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Le vittime del bombardamento aereo del 21 luglio 1944

Vittime-bombardamento-Archivio-Franco-Brunetta 

 

Il 21 luglio 1944, a S. Maurizio Canavese, la morte scese dal cielo.

A circa 5 mesi di distanza dal terribile eccidio di tre civili innocenti in piazza del municipio, il paese venne nuovamente e ancor più duramente colpito.

Le bombe tedesche fecero ben cinque vittime tra la popolazione terrorizzata: Barbiso Giovanni di anni 54 di S. Francesco al Campo, Ferrero Giulia in Martinetto di anni 77, Gillio Vincenzo di anni 39, che protesse col corpo sua figlia Maria, e, infine, Maffei Lucia in Dolce di anni 30 e sua figlia Dolce Caterina, una fanciulla di appena 9 anni.

I loro corpi vennero ritrovati sotto le macerie della casa abbracciati fortemente l'uno all'altro.

Perché accadde questa tragedia?

Come dice la scritta sulle lapidi, che, in via Remmert ai civici 16 e 47, ricordano le persone uccise, si trattò di un bombardamento per rappresaglia.

In pratica fu un gesto di spietata vendetta, compiuto dai nazisti in spregio a qualsiasi convenzione di guerra e, soprattutto, senza una plausibile motivazione, se non quella di punire l'intera popolazione di San Maurizio Canavese , rea - ai loro occhi - di essere vicina al luogo dove un ufficiale germanico era stato ucciso in uno scontro con alcuni partigiani.

Solo per questo - secondo la logica degli occupanti tedeschi - la comunità sanmauriziese fu ritenuta complice dei "ribelli" e, dunque, meritevole di essere esemplarmente punita.

(f.b.)

L’aquilotto d’argento di Bruno Berta

Berta-Bruno-Archivio-Franco-Brunetta

 

Bruno Berta era nato a San Maurizio Canavese il 2 giugno 1925.

Da poco tempo, per motivi di lavoro, la famiglia si era trasferita a Caselle, dove, ogni tanto, i nazifascisti facevano razzie di giovani da inviare al lavoro in Germania. Fu la madre Lucia, seppur addolorata, a consigliargli di fuggire. Partì la sera del 9 maggio 1944 assieme ad altri due compagni verso la Valle di Viù, dove si unì alla 19a Brigata Garibaldi comandata da Rolandino.

Dopo circa due mesi Bruno fece avere sue notizie: si trovava molto bene e gli era stato affidato l’incarico di magazziniere.

Anche lui dovette rifugiarsi in Francia sotto l’incalzare dei rastrellamenti tedeschi. Tornò successivamente al suo comando di Viù, dove si distinse per capacità e correttezza guadagnandosi il grado di comandante di distaccamento.

Purtroppo il 27 ottobre, probabilmente alle porte di Viù, mentre si recava, su ordine dei superiori, in un luogo dove sarebbero avvenuti dei lanci degli alleati, fu sorpreso da due tedeschi in borghese, che gli trovarono documenti compromettenti, mentre i suoi personali li aveva lasciati al magazzino partigiano.

Così il diciannovenne fu fatto salire su un camion con altri ragazzi che erano stati presi come ostaggi e portato alle prigioni di Lanzo.

Per rappresaglia, in seguito al ferimento di un tedesco, nel pomeriggio del 13 novembre 1944, insieme ad altri due giovani partigiani, Carlo Di Gennaro e Celeste De Filippi, fu portato a Nole, luogo della sparatoria.

Alla stazione li fecero scendere e li spinsero, bendati gli occhi, sui binari.

Da un secondo automezzo, fermo sulla strada, una mitragliatrice sparò e li uccise. Bruno, che non portava documenti e aveva il volto devastato dalle pallottole, fu riconosciuto soltanto parecchi giorni dopo, quando in una calza fu ritrovato “l’aquilotto” d'argento che gli aveva regalato mamma Lucia.

La sua tragedia, condivisa con Carlo e Celeste, è ora immortalata nel murale “resistente” inaugurato sabato 8 novembre 2014 presso la stazione di Nole.

Franco Brunetta

Aldo Devietti Goggia

Devietti-Goggia-Aldo

 

Aldo Devietti Goggia aveva vent'anni e faceva il partigiano sui monti di Corio. Mentre cercava di tornare a casa a Malanghero, frazione di San Maurizio, dopo lo svallamento in Francia a seguito dell'imponente rastrellamento nazifascista, fu catturato perché un portone chiuso di una cascina gli impedì la fuga e la salvezza tra i campi. Si dice sia stato trascinato dai fascisti legato a un loro automezzo fino a Grosso e fucilato. Era il 21 settembre 1944.

Sul luogo della fucilazione c'è un cippo, proprio sulla provinciale 2 al bivio per Corio, sempre ben curato e guarnito di fiori da parenti e vicini.

Venne eretto alla fine degli anni '80, in sostituzione dell'originario, logorato dal tempo e da uomini disattenti, a cura del Comune e dell'Anpi di Grosso per ricordare la sua triste.

Nel dopoguerra, alla sua memoria, i compagni gli fecero intitolare la via principale di Malanghero.

Cippo-dedicato-a-Aldo-Devietti-Goggia-Foto-di-Franco-Brunetta-1

(f.b.)     

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